Arrivederci Perseo Libri
Stralci dall’editoriale di Ugo Malaguti che annuncia la (speriamo) temporanea sospensione di un sogno lungo quasi trent’anni. E’ infatti in liquidazione una delle più gloriose bandiere della fantascienza italiana: la casa editrice Perseo Libri.
Un tempo il 4 novembre era festa nazionale. Si celebrava la vittoria nella guerra del ‘15-’18 (tipica usanza italica festeggiare l’unica vittoria tra una lunga serie di sconfitte). Per la Perseo, era prevista una grande festa per il superamento delle terribili difficoltà che, a partire dal 2005, avevano reso convulsa e difficile ma anche affascinante la nostra vita. Purtroppo, oggi non possiamo parlare di una vittoria. Ma neanche di una sconfitta: ci rifiutiamo di considerarla tale. Vero, l’assemblea dei soci della Perseo ha deciso la messa in liquidazione della società, e attualmente la posizione è all’esame della sezione Fallimentare del Tribunale; la bandiera del cavallo alato ha dovuto essere ammainata per affidarsi alla competenza e all’esperienza della magistratura, nell’impossibilità di risolvere altrimenti la lunga crisi. La continuazione dell’attività è un’ipotesi ancora tutta da verificare, ci sono varie prospettive che dovranno essere vagliate in breve tempo, nemmeno noi sappiamo quale sarà il nostro futuro. Però, come sempre, tutto si svolgerà alla luce del sole, tutto con chiarezza e trasparenza cristallina, come è stata la nostra regola fin dal primissimo giorno, ventitré anni or sono, quando ci fu l’annuncio della ripresa delle pubblicazioni di Nova sotto il cavallo alato.
La Perseo Libri era nata nel 1979, con il nome di Software Design, e solo nel 1984 aveva trasformato la sua ragione sociale e il tipo di attività in quelli che l’hanno accompagnata fino alla fine. È rimasta per ventotto anni sul mercato, dapprima nel campo informatico, poi in quello editoriale. L’attività fantascientifica è stata prevalente dal 1984 al 1998 e dal 2005 a oggi. Nei sei anni dal 1998 al 2005 aveva modificato il suo campo d’attività, iniziando la pubblicazione di una rivista economica (Impresa e Credito, giunta a stampare nel 2001 35.000 copie) e di libri e servizi dedicati alle aziende. Questa attività, durata circa sei anni, aveva portato i fatturati medi dai 300/400.000 euro fino a sfiorare i 2.500.000 euro: ma alla fine è stata la causa del crollo, che ha colpito solo questo settore, dovuto anche alla grave malattia che aveva colpito il responsabile dell’attività produttiva, causando ritardi, disdetta di contratti, per circa sei mesi, e producendo quindi un "buco" pari appunto a sei mesi di fatturato mancato, superiore al milione di euro. Il ritorno alla pura attività fantascientifica, pur accompagnato da un grande riscontro e aumento di vendite e tirature, non è stato sufficientemente rapido e accompagnato dalla necessaria fortuna per risolvere un problema che la fantascienza non aveva causato ma aveva quasi risolto.
Due sono stati i fattori determinanti per questa caduta improvvisa - diciamo improvvisa, pur essendo l’atto finale di una crisi durata oltre tre anni, perché nel mese di maggio si era raggiunta la ragionevole certezza di una soluzione definitiva, che sarebbe arrivata se alcuni fattori non avessero fatto precipitare le cose - una caduta ancor più beffarda perché è arrivata mentre si pensava che tutto fosse quasi risolto, e non c’è stato nemmeno il tempo di preparare una difesa abbastanza forte o un piano strategico per parare il colpo. Due motivi, il primo mirato a produrre questo effetto, ma assolutamente improvvido e inspiegabile, il secondo più articolato e difficilmente analizzabile, altrettanto letale ma indiretto.
La situazione era da sempre nota a tutti. Come sapete, il grave "buco" finanziario prodotto dal crollo del settore edizioni commerciali per imprese e industrie, fiorente fino al 2004, e dall’insolvenza (purtroppo formalmente inoppugnabile) di una serie di clienti che uno dopo l’altro annullavano ordini già in corso e non davano neanche quella collaborazione e quella comprensione che vecchi rapporti di collaborazione e amicizia avrebbero dovuto imporre , aveva prodotto un disavanzo superiore al milione di euro (c’è stato nel mondo della fantascienza italiana chi non ha creduto a questo dato, speriamo che almeno adesso si convinca che possono esistere case editrici di fantascienza organizzate come industrie e con grandi numeri, sia pure crollati come nel nostro caso, e non solo piccole botteghe artigianali che neanche capiscono i veri problemi di un’editoria sempre più improvvisata e priva di progetti reali e sempre meno industria culturale, ma si arrogano il diritto di pontificare su cose che neanche capiscono, dimostrando di dover imparare anche l’ABC delle regole e delle realtà di un’azienda: scusate il piccolo sassolino da togliere dalla scarpa, e proseguiamo, sperando che almeno qualcuno di costoro oggi si vergogni un poco, non tanto per ciò che ha fatto, quanto per le "idiozie" che ha detto e scritto producendo confusione e influenzando la parte meno competente e preparata del pubblico). Piuttosto che gettare la spugna, avevamo deciso di comune accordo di tentare un salvataggio che passava attraverso distinte fasi: la trasformazione dell’intera attività in esclusiva attività libraria nel settore fantascientifico, un accordo con le banche, uniche creditrici in realtà della Perseo, che ha onorato tutti i suoi impegni con fornitori e consulenti, prevedeva un concordato extragiudiziale con cessione dei beni dei garanti - beni immobiliari, sia chiaro, cioè tutto quello che i vecchi dirigenti della Perseo possedevano, effetti personali compresi (il fatto che chi ha retto questa casa editrice oggi si ritrovi praticamente senza nulla, come il primo Rom del più vicino campo nomadi, è un dato di fatto) - e la corresponsione di una quota rateizzata in cinque anni fino a raggiungere una cifra ben superiore a qualsiasi altro tipo di concordato che potesse essere ipotizzato. In questo modo, sapendo che un’azienda editoriale ha valore solo quando è attiva e funzionante, e il suo valore scende praticamente a zero una volta cessata l’attività (scadono le proprietà letterarie, non ci sono incassi nuovi, tutti i beni perdono completamente valore, il catalogo in assenza di novità muore, in pratica l’attivo si azzera) si sarebbe ottenuto il risultato di offrire alle banche una cifra affatto disprezzabile, tale da rendere praticamente nulla la loro perdita reale, e di ristrutturare l’attività in modo da gettare le basi di un progetto importante e culturalmente valido, capace di mantenere il sostegno a quella ventina di famiglie che proprio intorno all’attività della Perseo traevano il loro sostentamento (parliamo di fornitori, collaboratori, consulenti, ecc.: perché l’attività della Perseo aveva anche la sua valenza sociale, come ogni struttura di adeguate dimensioni, e uno dei motivi della battaglia per mantenerla in essere era proprio la responsabilità nei confronti dei collaboratori fidati e leali che ci hanno sempre onorati della loro stima totale).
Ottenuta sia pure con molte variazioni e molta fatica l’approvazione delle banche, iniziata con successo la ristrutturazione dell’azienda, ci si è buttati in un lavoro di costruzione e d’impostazione al quale mancava solo la firma definitiva, l’imprimatur definitivo, più volte ritardato ma comunque confermato dagli interessati. In editoria i tempi tra ideazione di un progetto e realizzazione sono quasi sempre triennali. Terminata la fase di costruzione, c’era bisogno di altri tre anni di lavoro continuo e privo di indugi per risolvere positivamente ogni cosa. Credevamo di averlo spiegato e che il concetto, elementare in economia, fosse stato accettato. E lo era stato, se non da una sola, unica componente.
Improvvisamente infatti, su sei Istituti bancari, cinque dei quali si sono comportati con grande correttezza e apertura, in particolare due che vogliamo ringraziare in modo particolare, la Carisbo e la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, uno solo, a quanto ci risulta senza essersi consultato con gli altri pur avendo partecipato in ogni fase alle trattative e agli accordi, la Banca Antonveneta - non è un segreto e forse conoscere il nome dell’unica banca che ha agito in maniera, diciamo così, bizzarra, potrà essere utile a qualcuno per evitare esperienze analoghe - pur avendo, ripetiamo, partecipato con la direzione di zona a ogni fase delle trattative, disertava la vendita dell’immobile promesso a parziale saldo del debito, non concedendo la necessaria liberatoria indispensabile per concludere l’operazione, rendendo di fatto impossibile l’operazione e costringendo l’acquirente, che già aveva formalmente preso l’impegno di acquisto alle migliori condizioni per le banche, a cambiare interessi e obiettivi. Mentre la direzione di zona ci consigliava di prendere accordi direttamente con il legale delegato alla trattativa dalla sede centrale, e questi non rispondeva alle varie proposte, improvvisamente, alla fine di settembre, senza preavviso e senza alcuna trattativa o richiesta di chiarimenti, assolutamente noncurante della situazione più volte spiegata chiaramente dalla Perseo, senza neppure chiedere una situazione esatta o informarsi delle effettive possibilità, insomma, senza nessun preavviso, l’istituto notificava una istanza di fallimento unica e isolata e senza effettivi motivi apparenti che giustificassero l’urgenza e la finalità di questo atto.
L’istanza ci raggiungeva nel momento in cui eravamo lanciati nel massimo impegno per il nuovo lavoro. Un concordato extragiudiziale necessita dell’assenso di tutti gli interessati: anche uno solo contrario significa l’annullamento di tutto il lavoro svolto, e il ritorno del debito originale ai livelli che il concordato prendeva in considerazione e portava entro limiti reali. Nessuno poteva farci niente, a questo punto. Ci auguriamo che la banca in questione abbia fatto bene i propri calcoli e non abbia agito per semplice abitudine (per la serie: prima li facciamo fallire, poi vediamo cosa succede, metodo sicuramente molto pratico per garantire la vita delle aziende, per tutelare i colleghi creditori, per favorire lo sviluppo economico ecc. ecc.), o credendo in questo modo di dimostrarsi più furba delle consorelle. Certo, procedere con un atto che rompeva completamente gli accordi faticosamente raggiunti e faceva precipitare una situazione che delicatamente e faticosamente si andava assestando, senza neppure essersi informati - e nessuno è venuto a chiedere nulla né ha dato la possibilità di spiegare o trattare - su chi fossero coloro che si volevano condannare a morte senza appello, su quali realtà culturali e sociali, su quali tradizioni, su quali motivazioni, su quale tradizione, su quale movimento di persone e di appassionati, a parte il durissimo colpo inferto a gente che per due anni e mezzo ha lavorato sulla base di intese che si credevano accettate da tutti gli interlocutori, senza risparmiarsi giorno e notte, senza concedersi un giorno di riposo, destinando allo sforzo spesso anche ciò che sarebbe stato necessario per vivere, ha lasciato scossi e increduli tutti noi. Quando le banche parlano di appoggi alla cultura, quando spendono milioni di euro per sponsorizzare o patrocinare iniziative spesso a livello di sagre paesane, quando affermano di avere a cuore l’interesse dei clienti e pongono come obiettivo formale quello dell’espansione dell’economia e della difesa del lavoro, e poi dimostrano non solo totale insensibilità, ma neppure l’intenzione di conoscere o di parlare per capire chi sono i loro interlocutori e quale è in fondo il loro interesse, questo esempio andrebbe ricordato. Vi assicuriamo che, se non l’avessimo sperimentato sulla nostra pelle, non ci avremmo mai creduto, convinti che dove non avrebbe senso invocare socialità o sensibilità, quanto meno dovessero prevalere il buon senso e la convenienza. Ma forse è esatta l’unica analisi politica veramente geniale compiuta dall’attuale presidente del Consiglio, quando disse papale papale "Qui in Italia sono diventati tutti matti".
Certo, non giova che la Perseo sia rimasta attiva e abbia raddoppiato i suoi sforzi non per un giorno, ma per anni, onde onorare gli impegni che solo la malasorte (e qualcosa d’altro…) avevano impedito di portare a compimento. Certo, non giova avere preparato un piano funzionante, che avrebbe esposto la casa editrice ad anni di sacrificio e duro lavoro, certo, ma avrebbe portato a un suo risanamento totale. Certo, non giova essere rimasti sempre disponibili e sulla breccia - qui nessuno è scappato, nessuno ha evitato la verità, anzi, ci si è prodigati al di là del possibile, magari commettendo qualche errore, ma sempre con l’obiettivo di salvare un patrimonio non nostro, ma di migliaia di autori, appassionati, studiosi della fantascienza italiana - di fronte alla casuale, disinvolta facilità con cui qualcuno, in qualche ufficio, ha decretato che quel piccolo insetto doveva essere schiacciato, senza conoscerlo, senza neppure prendere in considerazione ciò che tutti gli altri avevano considerato e accettato. Chissà. Avessimo chiuso i battenti trasferendo la nostra sede alle Bahamas, forse il trattamento sarebbe stato molto più delicato e rispettoso. Peccato che non avessimo neanche i soldi per l’autobus che porta all’aeroporto, avendo messo ogni spicciolo nel tentativo di onorare i nostri impegni e risanare un’azienda con trent’anni di storia e con una sua importanza nazionale e internazionale che forse, trattandosi di fantascienza, ha uno spessore diverso da quello di iniziative ben più importanti e amate dal grande capitale, come le pubblicazioni porno o i maghetti di cartapesta.
Ciascuno agisce a modo suo, e ne ha il diritto, quindi non saremo noi a stigmatizzare questo comportamento né a imprecare contro il destino cinico e baro, anche se ci ha colpiti nel momento peggiore e senza darci la possibilità di organizzare una difesa più solida. Ma per favore, certe belle parole che leggiamo sui quotidiani economici sul rapporto tra banche e impresa, sull’attenzione verso gli interessi economici generali, e via disquisendo, ci piacerebbe non leggerle più. Siamo sinceri, almeno, e diciamo che per certi Istituti tu non sei né una persona né un’impresa, ma un dato di computer che, se presenta anomalie, va schiacciato per evitare lavoro inutile e tempi lunghi. Una pratica richiede troppo lavoro? Cancelliamola, e siamo tutti più contenti.Questo evento assurdo, imprevisto e imprevedibile non deve costituire però un alibi per una situazione che è nata anche da altre componenti. Prima di tutto, la difficoltà dell’impresa nella quale ci eravamo imbarcati. Uno scivolone prima o poi doveva capitare. Per di più, c’è un’altra causa, doppiamente perniciosa perché sarebbe stato facile evitarla, perché si era tutti avvertiti, perché c’erano i tempi e il modo e le possibilità di rimediare, e non è stato possibile farlo. Parliamo dell’incapacità di raggiungere in due occasioni cruciali - a giugno e nelle ultime due settimane - obiettivi piccoli che avrebbero richiesto solo un piccolo sforzo da parte di un numero consistente di sostenitori e lettori, e che invece sono falliti per uno strano fenomeno di totale disinteresse, di totale fatalismo, di totale resa nel momento in cui ancora la battaglia poteva essere vinta.
Abbiamo letto che certi soloni dell’editoria - quelli che dopo aver giurato fedeltà eterna al loro pubblico alla prima offerta conveniente hanno mollato tutto senza neanche preoccuparsi della continuità - hanno criticato, anche pesantemente, la politica della Perseo che, fin dalla sua nascita, ha affermato e stabilito che solo una forma mista di sinergia tra pubblico e operatori poteva portarne avanti l’attività editoriale concepita come servizio e centro creativo e non come pura speculazione. Cioè, qualcuno, o per ingenua disinformazione, o per malafede, insiste sul vecchio tasto secondo il quale chiedere sostegno e aiuto agli appassionati sarebbe contrario alle regole di mercato e quindi sotto certi aspetti condannabile.
Bene. A parte il fatto che il mercato non ci ha condannati, perché nella gestione corrente i costi e i ricavi sono sempre stati almeno in pareggio per il settore fantascientifico, e a parte il fatto che non si capisce per quale motivo questa regola dovrebbe applicarsi solo alla fantascienza - perché dalle associazioni culturali al Manifesto, dalle editrici per appassionati e collezionisti ai circoli musicali, dalla pittura alla poesia, dai numistatici ai rockettari, dai club di amici del cinema ai festival, l’esistenza di "mecenati" o i contributi volontari degli associati sono l’unico elemento, quando non intervengono sponsor o enti o politici a saldare i conti, che può oggi permettere di sfuggire alle regole spietate di un mercato fatto di giganti che della cultura se ne fregano, ma operano in vari settori e in tutto il mondo globalizzato - vorremmo dire che il modello tentato, forse ingenuamente, forse con le persone sbagliate, dalla Perseo Libri, ha comunque tenuto in piedi l’unica voce indipendente della fantascienza italiana per quasi venticinque anni. Se abbiamo potuto pubblicare centinaia di autori esordienti, se abbiamo potuto effettuare un servizio di lettura e consulenza assolutamente gratuito per tutti coloro che desideravano pareri, consigli ecc. sulle loro opere, se abbiamo potuto rompere per primi la regola che voleva condannata a rapida fine qualsiasi iniziativa editoriale autoctona nel settore, lo dobbiamo a questa formula, che è universalmente valida se non per le cornacchie che pontificano su quello che non sanno, non capiscono e neppure riescono a immaginare. Le forze a nostra disposizione alla fine si sono rivelate insufficienti, ma non numericamente: semplicemente, e questo nessuno di noi lo capirà mai, siamo partiti in tanti per un’impresa ma all’ultimo ostacolo ci siamo ritrovati in una sporca dozzina. Se almeno un decimo di coloro che hanno partecipato all’impresa, se almeno un decimo non degli indifferenti o degli estranei, ma degli amici, dei sostenitori, di quelli che non perdevano occasione per incitarci a tener duro e a combattere, invece che piangere o tacere si fossero fatti vivi anche soltanto in questi ultimi giorni, probabilmente ce l’avremmo fatta.
Ora chiediamo: che senso ha avuto incoraggiarci, stimolarci, spingerci per due anni nell’impresa, per poi mollare tutto all’ultimo ostacolo, quando una ventina di ordini importanti, una ventina di contributi importanti, avrebbero risolto ogni cosa? Lo stesso atto della banca in questione non ci sarebbe mai stato se fossimo riusciti a chiudere a giugno l’intera posizione. Che senso ha avuto fare promesse, impegnarsi a fare qualcosa e poi sparire nel momento in cui questo era necessario? È questo che fa più dispiacere. Il senso, il perché.
Abbiamo scritto a sostenitori e vitalizi, spiegando anche che il crollo della Perseo avrebbe significato per loro la perdita di tanti libri che invece, se avessero fatto un minimo sforzo, sarebbero arrivati copiosi. Sono state spiegate le cose con cura, si è chiesto ai dubbiosi di telefonare per maggiori chiarimenti, si è fatto tutto quello che era possibile per mostrare la determinazione, la serietà dell’impegno. E allora, perché questi ultimi mesi di follia? Nascondersi, sparire, ignorare il pericolo, era forse meglio che il farsi vivi anche solo per dire di non contare su nulla? Lasciarci nell’incertezza, a bagnomaria con il dubbio, è stato forse meglio che rispondere, almeno per una volta, a una lettera, a una richiesta, a una e-mail? Scrivere due righe era davvero uno sforzo così titanico da rendere trascurabile la scomparsa di una sigla amata comunque? Ci piacerebbe saperlo, un giorno.
Campassimo mille anni, il silenzio di persone sulle quali avremmo giurato, nei due momenti fondamentali nei quali uno sforzo minimo avrebbe comunque risolto ogni cosa, rimarrà un mistero inspiegabile. Non parliamo al pubblico generale, sia chiaro, né ai "sostenitori" che si ritengono tali ma che in realtà sono semplici e onesti lettori che comprano i libri (o comprare i libri che si preferiscono, senza rischiare in acquisti di opere sconosciute, centellinano gli ordini con il bilancino del farmacista, dà titolo alla qualifica di "sostenitore"? Via, siamo serii…) ma a chi si definisce appassionato, a chi aveva l’abitudine di tempestarci di interminabili telefonate di incoraggiamento, di proposte, di sollecito di iniziative e lettura di testi, a coloro che solo due anni fa palpitavano e spingevano dicendoci di non mollare, accusandoci quasi di tentato tradimento quando spiegavamo che l’impresa era difficile e sarebbe stato meglio non tentare neppure, se non si avesse avuto la forza di portare la cosa fino in fondo.
Ecco: la colpa più grave che si possa immaginare in qualsiasi impresa è partire con fanfare ed esultanza, e scomparire come neve al sole quando si sa e si capisce che ci si trova di fronte all’ultimo ostacolo. Almeno, l’armata Brancaleone la battaglia l’affrontava: perdeva di brutto, ma non scompariva nel momento cruciale. Pubblico caro, perché siamo partiti, se proprio nel momento dell’arrivo dovevi lasciarci completamente soli?
Eppure fino all’ultimo c’era la possibilità di farcela. Persino nell’ultima settimana, e lo abbiamo scritto e lo abbiamo detto, un minimo, davvero minimo riscontro avrebbe permesso ipotesi di soluzione diverse. Il silenzio di tanti, troppi, un silenzio neanche interrotto da una telefonata anche solo per dirci "mollate, tanto non ce la farete mai", ha fatto molto più male di tutto il resto. E ha fatto male anche a quei pochissimi, un manipolo, che hanno resistito sino all’ultimo secondo, che non ci hanno fatto mancare apporto e sostegno. Troppo pochi, anche se davvero impagabili. Sei coraggiosi, non tanto su un pubblico di tremila o quattromila persone, dato che non significa nulla, ma sui 500 che avevano promesso eterno amore quando si trattava di partire per la battaglia. Cinque su cinquecento su tremila. C’è bisogno di altre spiegazioni?
Qualche inesperto (permetteteci di non usare i termini che riterremmo più opportuni, perché questo è un saluto e non un libello) ha farneticato più volte affermando che certe imprese devono avere un preciso termine temporale (in una parola, anche se fin dall’inizio si sapeva che una soluzione definitiva si sarebbe raggiunta al meglio in quattro, cinque anni, alla fine del primo anno già si scalpitava e ci si accusava di non avere ancora sistemato tutto), e che avremmo dovuto cambiare la politica editoriale per aumentare le vendite. Stabilito che non si trattava di garantire una gestione efficace delle novità, ma di coprire un "buco" dovuto a cause diverse dall’editoria libraria e sicuramente superiore anche ai più rosei fatturati dell’editoria puramente libraria (le edizioni commerciali destinate alle imprese hanno numeri e cifre che il libro neanche si sogna) anche il meno preparato capisce che una parte della cifra da coprire per poter riprendere il cammino speditamente, in una gestione sana, doveva derivare da vendite eccezionali, quindi fuori da parametri passati, ma anche dal sostegno e dall’impegno fino alla soluzione definitiva, sia pure nei limiti del ragionevole, da parte di molti. Già gli operatori hanno messo tutto, ma veramente tutto, nell’impresa. Visto che a gente nuda non si può più frugare in tasca (marsupiali esclusi) quello che mancava doveva derivare da campagne come quelle che sono state organizzate. I libri nuovi pubblicati sono andati tutti benissimo. Ma sapete qual è il margine di guadagno - di utile, cioè - per un libro che vada benissimo? Tremila, quattromila euro al massimo. I libri sono andati bene e hanno dato una mano, ma anche se avessimo pubblicato inedita la trilogia di Foundation, la soluzione poteva derivare solo da un impegno determinato fino alla fine. Per sistemare le cose con la sola produzione editoriale avremmo dovuto pubblicare in un anno almeno 250 novità, e tutte con notevole successo di vendita. Come si fa a ragionare così superficialmente? C’era bisogno soltanto di un pizzico di convinzione, di un pizzico di azione, in più. Mica miracoli: il minimo. E invece nel finale, quando tutto era stato quasi risolto, e vi assicuriamo che era proprio così, c’è stato il crollo e il silenzio. Nel momento del maggiore bisogno sono spariti tutti.
E non parliamo poi degli "amici" importanti e potenti, che avrebbero potuto dare una mano senza neanche accorgersene, e che sono rimasti accuratamente alla larga, manco ci fosse stata la peste, da queste parti. Al limite, qualcuno prometteva una telefonata, per "sapere cosa poteva fare". Be’, quella telefonata la stiamo ancora aspettando. Eppure in passato quando c’è stato bisogno di noi, senza che ci guadagnassimo un centesimo, abbiamo preso treni e macchine e siamo andati a dare una mano perché lo ritenevamo un impegno di amicizia. Complimenti e grazie, amici importanti, influenti e famosi.Eppure dovete sapere che il futuro dell’editoria indipendente è quello che la Perseo ha indicato, sia pure in anticipo sui tempi, sia pure con persone e mezzi forse inadeguati (un discorso a parte va fatto anche per i vecchi soci della Perseo, quelli degli anni ‘90, che nel momento in cui la situazione ha presentato difficoltà sono letteralmente scomparsi, a eccezione di due, e questo non è stato certo un mirabile esempio di maturità imprenditoriale e di attaccamento). Noi abbiamo dato una traccia e un esempio nuovo, rispetto a un sistema vecchio e impraticabile di fare editoria, quello legato agli irripetibili anni ‘70, che oggi per volume di cifre, strutture editoriali ecc., non può funzionare e sempre meno funzionerà. Ci auguriamo che il nostro esempio non vada perduto. In tutti i settori è ormai palese questa realtà, solo la fantascienza si ostina a coltivare vecchiume organizzativo e strutturale, a riciclare vecchie cariatidi, a preferire i vecchi metodi ai nuovi. Poi non lamentatevi di essere discriminati o di non riuscire a realizzare i faraonici progetti che pensate così semplice realizzare, amiche e amici. Lo vedrete in futuro con i vostri occhi, perché l’alternativa a case editrici basate su un rapporto da associazione di appassionati con il proprio pubblico è il colosso multimediale che delle scelte e degli interessi del pubblico se ne frega altamente. Noi abbiamo mostrato che per quasi un quarto di secolo si può sopravvivere senza effettiva forza finanziaria, senza i famosi "soldi da investire", lavorando onestamente, seriamente, al servizio di tanti (non diciamo di tutti perché di alcuni siamo fieri di non esserci mai messi al servizio). In futuro, dovrete accorgervi, tutti, che se volete qualcosa di vero, qualcosa che sia differente dagli stereotipi di un mercato inutile o dannoso, dovrete smetterla di piangere e rimboccarvi le maniche. Come fanno tutti al mondo oggi, tranne che i superbi, lamentosi, esigenti, rissosi, ipercritici "fans" della fantascienza. Solo che non avrete più la mamma dalla quale correre a piangere sulle cattiverie e le ingiustizie del mondo editoriale brutto e crudele, se non ve la costruirete voi, con le vostre mani.
Un piccolo discorso va fatto anche per i sedicenti "autori emergenti" che infestano redazioni e siti con una prosopopea e un vittimismo degni di miglior causa. Quelli che accusano il sistema di boicottarli, quelli che si lamentano degli editori a pagamento e dello sfruttamento delle sedicenti agenzie letterarie che si fanno pagare per leggere i loro parti e spolparli in ogni maniera senza offrire prospettive reali. Un caro amico, Andrea, per anni ha cercato di convincerci che questa gente meritasse attenzione, contatti, che in qualche modo contasse qualcosa nell’economia di una struttura che già di per sé, per una scelta antica, praticava quello che le orde giovanili e meno giovanili invocavano con fanzine elettroniche, concorsi, proclami, lamentazioni varie.
Di questo mondo eterogeneo, che Andrea ha cercato di sensibilizzare con appelli elettronici, con comunicati, con argomentazioni bellissime e validissime, di migliaia di persone il cui interesse avrebbe dovuto essere quello di conservarsi una casa editrice pronta a esaminare e a pubblicare se meritevoli le loro opere, sapete nell’arco di due anni e mezzo quanti rappresentanti hanno fatto anche quel piccolo gesto di curiosità che sarebbe l’acquisto di una copia di Futuro, la loro rivista, quella sulla quale un antico saggio come Lino Aldani ha trascorso giornate intere rinunciando anche alle più comode delizie dello scrivere, per consigliare questo, spronare quell’altro, imitato in ciò da un altro antico ma assai meno saggio, il suo condirettore Ugo Malaguti? Sparate una cifra. Ve la diciamo noi. Tre persone. Tre copie di Futuro. Quarantacinque euro di sostegno in due anni e mezzo giunti da un mondo che il sostegno lo vorrebbe ed è pronto a spendere migliaia di euro buttati al vento in cambio di una pubblicazione (lo sapete che per un libro che nessuno leggerà certi editori vi fanno pagare 6.000 euro tondi tondi, spiegandovi che lo fanno per il vostro bene). Che ne dite?
Il problema è che tutto questo lo sapevamo in anticipo, quindi non siamo delusi. Su cento autori che pensano di affacciarsi sulla via della gloria, in ogni tempo ce n’è stato soltanto uno con i requisiti anche caratteriali capaci di giustificare una carriera in questo settore. Non sono gli editori che vi ghettizzano, siete voi che vi ghettizzate. Un autore che non legge le opere altrui, che ritiene di essere maturo solo perché ha frequentato un corso a pagamento che non serve a nulla, non ce la farà mai a sfondare. Noi sapevamo come stavano le cose, quindi non siamo rimasti delusi. Ci dispiace per chi in buona fede la pensava diversamente.
Splendidi sono stati invece molti degli autori della Perseo (non perché la Perseo abbia alcun diritto su di essi, ma perché li ha pubblicati e li ha conosciuti in tutto il loro valore). Già pubblicati, già conosciuti dai lettori, senza problemi personali di collocazione delle loro opere, sono stati - alcuni tra loro, sia ben chiaro, non tutti, ma non vogliamo citare i peccatori, anche se i loro nomi sono ben segnati nell’archivio della memoria - presenti, attivi, generosi, attenti. Gente capace di credere in un’idea. Ci auguriamo che abbiano sempre i successi e gli onori che meritano. La gente che crede in qualcosa al di là del gretto tornaconto personale è quella di cui ci sarà sempre più bisogno per evitare che editoria e consumismo diventino sinonimo, che si chiudano anche gli spiragli ancora esistenti per il merito e questo venga sostituito dal tornaconto, dal grigiore, dalla incapacità.
E poiché sappiamo che qualcuno ha insinuato pesantemente che alcuni scrittori si siano gettati nell’impresa per avere un trattamento diverso, diciamo a questi dietrologi di vergognarsi, e di chiedere pubblicamente scusa ai loro amici e colleghi che hanno dimostrato passione, impegno, capacità di sognare. Alcuni autori hanno rinunciato ai loro diritti d’autore, hanno dato tutto ciò che potevano per la causa della Perseo, senza che questo li favorisse in alcun modo, anzi, a un certo punto li ha quasi penalizzati. Hanno dato tutto per passione, non per interesse. Vergogna a chi ha insinuato bassamente che lo abbiano fatto per tornaconto personale. Vergogna davvero. E ci si ricordi che forse molti problemi avremmo potuto risolverli se avessimo accettato le offerte di qualche sedicente scrittore che offriva lucrosi compensi in cambio di pubblicazione o selezione. Meglio scomparire o morire che scendere a simili compromessi. Mai nulla nella Perseo è stato pubblicato in cambio di alcunché, se anche il rifiutare queste proposte che consideriamo oscene ci è costato la vita, be’, ne siamo lieti. Il sogno è vivo e rimane al di là degli eventi. Se lo si infrange una volta, è peggio che essere morti.Noi e quei pochi che fino all’ultimo hanno saputo sognare e combattere, l’abbiamo scritto nelle ultime settimane ma ne siamo sempre più convinti, non usciamo sconfitti da questa battaglia. Sembra che ci contraddiciamo, perché si è sempre scritto che conta il risultato, non la qualità della battaglia. Ma in questo caso è stata la battaglia la cosa più importante. Una battaglia che forse era disperata in partenza, ma che malgrado scetticismi, incomprensioni, pigrizie, polemiche, ipocrisie di tanti, ostacoli di altri, colpi bassi, carognate, speculazioni, avvoltoi, corvi e necrofori, abbiamo quasi vinto. È stata una grandissima impresa, che ha cementato un gruppo che sicuramente rimarrà unito anche in futuro, un’impresa della quale non raccoglieremo i frutti che avevamo sognato creando un progetto che solo la desistenza inattesa di chi non ha avuto abbastanza costanza e l’impulsività un po’ avida di chi non ha voluto pensare e sapere hanno impedito di attuare.
Noi, e voi che ci siete rimasti accanto, abbiamo, avete vinto. Avete sfiorato l’impresa, ma avete anche dimostrato in un modo impazzito, avido, grigio, banale, che a volte la follia intelligente è più forte di tante altre conclamate virtù. Non possiamo pensare che tutto questo sia finito. Per questo non vogliamo darvi false speranze, ma vi diciamo che la storia non finisce qui. E siamo orgogliosi di tutto ciò che abbiamo fatto, anche se ci è costato tutto, anche se il futuro dei singoli è incerto, anche se il prossimo problema sarà quello, per alcuni, di come continuare a sbarcare il lunario, e forse qualcuno non ce la farà. Ma la nostra voce e il nostro orgoglio restano intatti, e ci piace pensare che con il passare del tempo saranno sempre di più coloro che si renderanno conto di quello che hanno perduto, lo rimpiangeranno e capiranno l’eccezionalità di un’impresa alla quale hanno assistito senza capirla forse fino in fondo, ma che è stata incredibile e meravigliosa malgrado tutto e malgrado tutti, e per la quale ci sentiamo di ringraziare tutti coloro che l’hanno resa possibile, anche quelli che alla fine, siamo certi senza rendersene ben conto, hanno condannato.Tanto per cominciare, resta la Contrada delle Stelle. Questa piccola/grande iniziativa sopravvive alla caduta della Perseo, rimane anzi, ora, il trait d’union tra un passato splendido e un futuro del quale ancora non è possibile ipotizzare nulla. Certo, senza l’ospitalità della Perseo, anche la Contrada troverà difficoltà, ma in queste difficoltà si tempra il carattere e chissà, da questo piccolo mondo potrà nascere qualcosa di più grande.
L’incontro a Siena si farà, come sempre abbiamo promesso - e vi accorgerete col tempo che tutto quanto abbiamo promesso lo manterremo, a qualsiasi costo. Qualcuno forse rimpiangerà di avere buttato via l’occasione per fare un piccolo gesto e mantenere in vita un grande sogno? Lo speriamo… sarebbe bello che qualcuno, tra un mese o tra un anno, ci incontrasse dicendo, francamente, "Avrei potuto fare qualcosa e non l’ho fatto. Mi dispiace."
Nella seconda parte di questo aggiornamento troverete tutti i dettagli per la partecipazione. Se qualcuno volesse aggiungersi al già nutrito gruppo dei presenti, può telefonare al numero indicato, quello del Capitano attuale, Ugo Malaguti (che metterà a disposizione il suo mandato proprio in occasione dell’incontro di Siena, presentando però anche un progetto per chiedere la conferma. Parlando in terza persona per rendere meno personale e più ufficiale la cosa) e sentire se c’è ancora un posto libero (in questo momento noi stessi non lo sappiamo). Promettiamo che a Siena i presenti sapranno tutto, anche quello che per il momento non abbiamo scritto in questo aggiornamento, e avranno anche qualche idea su quello che il futuro può promettere.
Per chi non ci sarà, per chi ha perso la grande occasione di realizzare un ultimo e grande miracolo (quelli cioè che si sono tirati indietro, pur potendo fare qualcosa, proprio nei momenti decisivi) speriamo resti un piccolo dubbio. Sappiamo bene che si cercherà di giustificare ogni cosa affermando che tanto non ci sarebbe stato nulla da fare, o criticando qualche scelta o qualche azione (e si sa, criticare è facile, e di errori anche noi ne avremo commessi in questo periodo, altrimenti saremmo alle isole più lussureggianti a trascorrere una meritata vacanza) ma in realtà la fine della Perseo è stata decreteta proprio da quelli che potevano fare qualcosa per evitarla e non lo hanno fatto. È la pura realtà, e che questo sia un bene o un male, lo lasciamo alla convinzione di ciascuno. Ma non diciamo che le colpe sono da imputare al destino, o a questo o a quello, o a nemici fantomatici. Se la Perseo chiude, è perché alcuni hanno abbandonato il campo di battaglia un minuto prima dello scontro decisivo. Gli altri erano testimoni, i tremila e passa che hanno atteso gli eventi acquistando saltuariamente qualche libro sono il pubblico che aspetta e non partecipa. Se qualcuno di loro avesse avuto abbastanza amore per la sua casa editrice o abbastanza passione, forse avrebbe deciso lui positivamente la battaglia. Sappiamo che ora fioccheranno necrologi e sentenze, che tutti mostreranno la loro ricetta spiegandoci quanto siamo stati stupidi e quanto sia nostra colpa quello che è successo. Lo sappiamo, ma, francamente, ci auguriamo che l’intelligenza dei singoli superi la demagogia o la ricerca di alibi che non ci sono. La Perseo si poteva salvare con poco. Quel poco nessuno o quasi si è sentito di darlo. Così, semplicemente. Non possiamo biasimare chi ha deciso di condannarci, ma almeno abbia il coraggio delle sue azioni e dica che era questa la sua intenzione. Tutto il resto sarebbe ipocrisia o peggio. E per favore, chi ha sempre parlato male di noi, continui a farlo. Prima di tutto, nessuno è morto fisicamente, quindi non c’è l’obbligo di parlar bene dei defunti. Secondo, non lo apprezzeremmo proprio. Terzo, e questo è un avviso ai naviganti, non dateci per completamente morti fino a quando il decesso non sarà sicuro. Chissà, il mondo è piccolo, la ruota gira.
Ma chi è rimasto fino in fondo, sia chiaro, quei pochi e meravigliosi amici e amiche che hanno palpitato con noi, che hanno tempestato di telefonate per sapere come andavano le cose, che hanno quasi pianto per non poter fare più di quanto hanno fatto, nessuno di loro deve piangere o rattristarsi. È stata comunque una grandissima impresa. Valeva ogni sacrificio e ogni sofferenza, e nessuno di noi l’avrebbe perduta per nulla al mondo. Chi non l’ha vissuta non può capire. Ha avuto contorni quasi leggendari, abbiamo vissuto un’impresa disperata ed eroica in un mondo nel quale tutto è banalizzato e piatto e grigio. Alla fine noi abbiamo avuto fortuna a vivere questa avventura, chi non c’era non potrà mai sapere cosa si è perso. Forse lo capirà.
E poi, questo è e deve essere un arrivederci. Un arrivederci a Siena, prima di tutto. E al prossimo aggiornamento, nel quale daremo le notizie definitive. In questo momento, molti ci chiedono quale sarà il futuro della redazione, di quell’Ugo Malaguti che da quarantasette anni ha rappresentato una continuità, a volte contestata, altre volte ammirata, nel mondo della sf italiana. Qualcuno esulta al pensiero che possa ritirarsi e cedere il posto a forze fresche e con idee diverse. Altri rabbrividiscono al solo pensiero. Nessuno sa cosa avverrà domani, non dipende solo da noi. Ma nel giro di sette/otto giorni, molte incertezze si trasformeranno in certezze.Aspettiamo ancora notizie dalle lune di Giove. Se il terrore viene dalla sesta luna, dalla settima, forse, potrebbe arrivare una speranza. Le forze del giovane ammiraglio della flotta gioviana Aarm Khorrid stanno attraversando la cintura degli asteroidi. I pericoli sono molti, la rotta è accidentata, i pirati dello spazio sono in agguato, ma gli avventurieri sono coraggiosi e astuti, hanno i cannoni per sterminare le orde dei Victordi, il loro obiettivo per costituire una testa di ponte è a Siena, nella Contrada della Civetta cara a Cecco Angiolieri e a Carlo Agricoli (tanto per nominare i più famosi civettini della letteratura), dove la panacea di squisite vivande e di vini preziosi ritemprerà le forze dei guerrieri e forse farà nascere idee nuove e darà energie nuove.
Auguriamo alla flotta gioviana buon viaggio e di arrivare in tempo.
Ugo Malaguti (Ugo.Malaguti at email.it)